Benvenuto, amico esploratore!

Benvenuto, amico, felice di accoglierti nelle mie terre!  Qualunque strada tu abbia trovato per arrivarci sarai stanco, siediti all’ombra e ...

Shaman e gli spiriti custodi (parte seconda)


Convincere Shaman a parlare della sua vita non è stato facile, ma credo di averlo fatto. Sedete in silenzio e non interrompetela, non le è facile rievocare i momenti in cui una sua scelta cambiò i rapporti con gli spiriti. Ci ha già raccontato, ricordate, come era diventata una messaggera unica, nell’esperienza della sua gente. Forse vorrà riprendere da qui, da questa unicità...  


“Unica? Sì, senza dubbio. Ma nel tempo mi resi conto che tale unicità mi toglieva la vita. La vita normale, quella che aspiravo a percorrere. Un uomo, dei figli. Crescendo mi avvidi che il rispetto e la considerazione che la tribù mi tributava mi mettevano fin troppo in alto, nessuno mi vedeva come donna. Io invece ero in questo assolutamente uguale a qualunque altra e per nulla incline a una vita ascetica.

Ormai adulta, ero stata stregata da un giovane cacciatore piuttosto conteso tra le ragazze in età da marito e infine, esasperata che non mi guardasse neppure, decisi di sfruttare a mio beneficio il dono degli spiriti. Mentii su di loro, per la prima e ultima volta in vita mia, e al Consiglio riferii che mi era stato consigliato dagli spiriti stessi di scegliermi uno sposo che vegliasse sulla mia sicurezza, dal momento che la mia capanna era ormai vuota: sposati tutti i fratelli e le sorelle e morti i miei genitori.

Fin lì non avevo mai avuto nulla da preoccuparmi, in realtà, a nessun riguardo della mia vita. Ero nutrita e accudita spontaneamente dalla comunità e solo per appagare un mio desiderio mi era stato permesso  (non richiesto, quindi, ma concesso!) di studiare l'uso delle erbe e il modo di raccoglierle secondo l’antico sapere medico trasmesso oralmente. Gli anziani comunque, quando riferii il finto messaggio, non sospettarono che mentissi e neppure stupirono che per una volta non fosse venuta una voce maschile a imporre loro di provvedere. Infatti, non era della sicurezza della tribù che si parlava, arrivava da parte degli spiriti solo un consiglio e un permesso esclusivamente relativo a me stessa.

Concordi, gli anziani mi chiesero di scegliere pure chiunque ritenessi adatto, servirmi sarebbe stato un onore per chiunque. E io scelsi lui”

Ad affacciarsi in questo momento alla tenda è un uomo di una certa età, si chiama Ebor. Vedendo che ci siamo noi ha salutato composto e si è subito ritratto. Shaman lo ha guardato sorridendo. 


“Sono passate più di venti primavere e il suo aspetto è alquanto cambiato ma per me…” e continua a sorridere, con gli occhi sognanti. “I lunghi capelli color miele che portava sciolti sulle spalle ora sono raccolti in una corta coda, e sono molto più radi. In compenso si è fatto crescere una curata barba, vezzo inusuale per i nostri uomini. Gli occhi castani hanno un'aria seria e li ho sempre adorati, proprio per quel colore delle nocciole, profondo e vellutato, diverso dalle iridi chiare, quasi trasparenti, della maggior parte di noi.

Avessi un'altra vita lo sceglierei ancora altre cento volte, mi dico sempre. Poi però mi dico anche che forse lui non sceglierebbe me. Perché in un'altra vita sarei solo una donna qualsiasi e lui in questa, lusingato, ha accolto nella sua tenda e protetto generosamente non Shaman, ma la donna degli Spiriti”. 


Scuote la testa e prende un’aria afflitta, Shaman, prima di continuare.


“Non l’avrei mai immaginato e voluto, ma gli ho portato dolore e mortificazioni. Mi salgono ancora le lacrime agli occhi se ripenso al mio errore. Mentii sfruttando il nome degli Spiriti e quelli si rabbuiarono. Non avevano mai tollerato che il loro dono fosse sfruttato in modo egoistico, e quando in passato un uomo-messaggero aveva male utilizzato il prestigio che discendeva dal suo ruolo era stato punito, imponendogli subito di lasciare ad altri il proprio servizio. Ma questo io lo avevo ignorato…

Dalla mia azione sleale discese una conseguenza che presto si svelò assai amara: rimasi il tramite degli spiriti con la tribù, ma mi fu tolto il privilegio di essere ascoltata da chiunque.

Poiché in modo sleale avevo ottenuto di dividere la mia vita con un compagno umano, che con malizia avevo legato a me col riguardo alla donna degli spiriti, allora accadde che con lui dovetti dividere il mio dono. Continuai a parlare con voce d'uomo, ma perdendo subito dopo memoria di ciò che aveva detto. Ebor solo, ora, poteva sentirmi!

Col passare del tempo la gente notò che non profetizzavo più in presenza di nessun altro e che solo il mio cacciatore poteva testimoniare che, ancora, gli spiriti parlavano attraverso me.

Cominciarono a dubitare e si affievolirono quei riguardi di cui sempre avevo goduto; quella normalità che avevo tanto cercata diventò la concretezza della fatica e del lavoro e la quotidianità con un uomo, a volte ruvido e scontroso come tutti. Ora che li perdevo, cominciavo a capire quanto fossero piacevoli certi privilegi!

Ma questo non doveva essere che il male minore: ben più dolorosa fu l'attesa inutile di figli. Luna dopo luna, anno dopo anno, conobbi la sorte amara delle sterili: sulle donne soltanto ricadeva infatti, da sempre, la colpa del non generare, ed esse diventavano nella considerazione generale donne sfortunate.

Ebor, il mio cacciatore, era l'unico a sapere con certezza che ero ancora la donna degli spiriti e non osò lasciarmi. Ma io, che lo aveva tanto voluto perché davvero ero presa di lui, ora avevo l'anima tormentata dal convincimento che per colpa mia lui non potesse diventar padre.

E infine, ancora, questo non era tutto”.

Ora Shaman è davvero affranta, e respira male, sforzandosi di ricacciare le lacrime, nel ricordare quel peggio.

“Ormai, quando gli spiriti parlavano affinché la tribù potesse restare al sicuro e nell'abbondanza, io profetizzavo senza conoscere più il messaggio; Ebor doveva riferirmelo e poi insieme andavamo dagli anziani. Il dubbio che la tribù nutriva sull'autenticità degli ammonimenti e delle indicazioni che davamo al Consiglio diventò così  grande che i buoni consigli non vennero più seguiti con prontezza, e le condizioni della tribù non furono più così floride come erano sempre state.

Compresi solo allora quanto fosse stato importante, in passato, il mio ruolo di intermediario autorevole. Avevo approfondito poco il senso di quello che si compiva attraverso me e fui assalita dal rimorso: ero stata superficiale e per il mio egoismo ora la tribù arrancava nelle difficoltà!

Poi una notte mi svegliarono i miei stessi urli e interrogai Ebor spaventata. Mi fissava con gli occhi sbarrati, ma mi disse che avevo solo avuto un incubo.

Il giorno dopo mi svegliai ancora urlando, e poi ancora, e capii infine che il cacciatore non voleva dirmi cosa gli spiriti gridavano attraverso la mia bocca.

Già da tempo, quando ci recavamo presso gli anziani, Ebor sentiva pesare su di noi il dubbio che continuassimo a riferire falsi messaggi solo per essere tenuti ancora alti nella considerazione generale.

Per godere ancora di prestigio, avremmo inventato allarmi! L’orgoglio di Ebor ne aveva sofferto molto e ora, era evidente, temeva le conseguenze di riferire quel che gli spiriti ordinavano. 


Abbandonate in fretta le vostre terre! Verso nord, verso i monti, finché la stagione lo consente! 


Questo, gli spiriti avevano urlato, ma Ebor non me lo disse”.



Shaman ha finito di spezzare gli steli delle erbe, separando le radici e mettendo in un mucchio la parte restante. Ora attinge a questa, per strappare le foglie e dividerle dai fiori. 


“Quando capii che Ebor non mi avrebbe più riferito cosa dicevano gli spiriti, corsi sconvolta da Gamal, l'autorevole anziano zoppo, e gli confessai in lacrime la menzogna che mi era costata l'ira dei protettori. Sfogai con lui tutta l'infelicità di quello che era disceso da quella sola infedeltà, dettata da un desiderio che mi era sembrato legittimo e innocuo. Ma invece, aveva cambiato ogni cosa, deviando una strada piana e dritta e buttandola nell’intrico di una foresta.

Piangendo gli confidai di aver compreso solo col tempo che quella punizione di non essere più ascoltata significava più, che perdere il posto di riguardo in cui era cresciuta. Era sapere di aver tolto alle persone che amavo la possibilità di vivere bene, di scansare le stagioni povere e di prepararsi ai pericoli. Fino a che punto poteva arrivare il male?

Confidai a Gamal che Ebor non voleva riferirmi l'ultimo messaggio. Impazzivo a non poter sapere ciò che usciva dalla mia stessa bocca! Sapevo solo che c’era qualcosa di importante da riferire, ma il cacciatore rifiutava di dirmi cosa. E io avevo paura, perché ben tre volte nello stesso giorno avevo parlato ed Ebor aveva solo scosso silenzioso la testa. 

Il vecchio ascoltò ogni cosa, e infine mi credette. Mi compianse, perché vide che sinceramente pensavo di aver rovinato ogni cosa e mi pentivo e temevo per tutta la mia gente. Allora, prese il bastone e cercò zoppicando il cacciatore. Ebor a lui trovò il coraggio di ammettere quale ordine fosse arrivato, ma davanti al Consiglio, insistette, no, non ce la faceva ad assumersi quella responsabilità. Ormai molti dubitavano di noi, era immaginabile lo sgomento e l'ostilità e il rifiuto che una cosa così grave avrebbe raccolto. Il mio cacciatore, ostinato, questa volta si tirava indietro. Ma proprio l'ostinazione con cui rifiutava di parlare credo provò al vecchio la verità del messaggio.

E se gli spiriti ordinavano di partire, si chiese Gamal, quale grande pericolo si profilava? 

Il vecchio riunì gli uomini e, senza rivelare l'esortazione ricevuta, riferì solo che gli spiriti raccomandavano di stare all'erta. Ottenne il consenso degli altri anziani a inviare esploratori, verso il Sud e verso l'Est, con l'ordine di raccogliere notizie di qualsiasi natura.

Inoltre ottenne che al villaggio fossero fatti alcuni preparativi prudenziali, come se potesse accadere di doversi spostare con una certa fretta.

Non fu come obbedire prontamente, ma neppure come rimanere del tutto ignari. Alcuni esploratori tornarono, altri no. Uno riuscì a trascinarsi a casa in fin di vita, con l'urlo delle terre del Sud violate e incendiate da uomini senza onore e senza pietà. Runrik! Un orrore che ricorreva spesso nelle storie dei tempi antichi.

I Runrik stavano tornando e pareva che nessuno potesse opporsi alle loro armi. Il nostro villaggio si svuotò con prontezza e la tribù si incamminò verso Nord. Non perché gli spiriti l'avessero indicato, ma perché da Sud saliva il pericolo.

Partire più tardi costò affrontare i monti con una stagione più avanzata e molta più sofferenza. Per questo io mi rivolsi agli spiriti, amara: quando mi avrebbero tolto quel dono che ormai era sterile, come il mio ventre? Quando il mio errore avrebbe smesso di pesare sulla gente innocente?

Un pensiero gentile mi sfiorò infine come era accaduto moltissimo tempo prima. Nell'amarezza di uno sconforto mai stato così vivo, neppure mi soffermai a stupirmi del fatto che, di nuovo, gli spiriti mi parlassero in modo diretto.

Quella voce mi spiegò con dolcezza come avessi mal compreso ogni cosa, come i custodi fossero sempre rimasti protettori solleciti e come, tra tutti, loro avessero sempre tentato di proteggere, con più tenerezza, proprio me.

Mi fece sapere che non per punizione non avevo potuto concepire. E che anzi, sapere che la vita mi aveva assegnato quel corpo sterile, li aveva indotti con più affetto a scegliermi, ancora bambina. Che quel loro dono voleva addolcire il dolore di non essere destinata alla maternità, rendendomi madre in modo più ricco. Tutti, avrei potuto proteggere, tutti i bambini che nel villaggio fossero nati durante la mia intera vita.

E anche il perdere l'ascolto degli altri, venuto dalla menzogna, non era stata una punizione dei custodi, come avevo creduto. Da me, avevo rifiutato in realtà quella eccezionalità che mi avevano donato e così ero diventata come ogni altro messaggero. Come gli altri prima di me potevo solo riferire un messaggio, che stava alla intelligenza della tribù decidere se seguire.

"Ma io non vi sento più...", replicai infelice: “solo Ebor è testimone di quel che dite attraverso me!”

Davvero non comprendi come, affidando a lui parte del tuo dono, abbiamo fatto in modo che egli ti rimanesse accanto più di ogni altro? Non era ciò che volevi? Avresti preferito che dubitasse come tutti?”, mi disse il pensiero gentile.

Risposi infelice che volevo che Ebor mi amasse per me stessa, non perché ero la donna degli spiriti. Ma nel dirlo ricordai che avevo potuto sceglierlo per volere del Consiglio: un volere che avevo manipolato usando l'autorità degli spiriti, appunto.

"Come riparerò ai miei errori?", chiesi allora, e dalla risposta che ottenni capii che il mio dolore aveva già sciolto da molto il rimprovero dei custodi. 

Smetti di condannare te stessa, perché sei ben più feroce di noi, mi dissero infatti: Abbi più fiducia e gli altri del villaggio torneranno a credere. Prova a capire che si è madri in molti modi. Cura il tuo Ebor teneramente, aiutalo a portare una responsabilità che proprio tu sola conosci quanto possa pesare, e tutto migliorerà. E infine sii pronta ad accogliere chi ti indicheremo, perché molte cose maturano all'orizzonte.

Tutto questo mi fu detto mentre con gli altri mi inerpicavo alla ricerca di un valico tra i monti, quando disperata mi chiedevo se saremmo riusciti a scavalcarli e a metterci in salvo dai Runrik.

Arriverete e godrete di una buona pace. Purtroppo, infine, un pericolo vi minaccerà di nuovo, ma tenteremo ancora di intervenire in tempo. Tu resta vigile, Shaman, resta vigile!

E questa è la storia di come attesi il tempo di Mezzafaccia

 


Le verdi pianure oltre i monti e gli spiriti custodi (parte prima)


Chi ha letto La leggenda di Mezzafaccia ha già conosciuto Shaman, la donna degli spiriti della tribù degli uomini-lupo.

Nel libro però Shaman è già adulta, e non si narra la storia di come lei diventò la prima donna della tribù col dono della profezia. Se vieni con me nella sua tenda, lascerò che lei stessa ricordi quegli eventi lontani. 

La tenda, vedi, offre una gradevole pozza d'ombra nella luminosità estiva e l’odore pungente, aromatico che senti è quello delle erbe medicinali che sta preparando. Sono state accuratamente disseccate per un mese sui graticci, e oggi vanno private delle parti superflue e riposte nei piccoli, preziosi orci di terraglia: un lavoro di pazienza, che non richiede però una eccessiva concentrazione e che lascerà Shaman libera di tornare con la mente alla sua infanzia.

Vero, Shaman?

Un sorriso e un cenno del capo è la risposta, Shaman è così, poco loquace, e soprattutto parla solo dopo aver raccolto le idee e deciso cosa dire. Quindi tace per un po’, mentre separa veloce petali e foglie in modo meccanico.


“Mi occupo delle erbe mediche fin da bambina”, dice poi sottovoce, “ho ancora negli occhi il sole intenso delle pianure meridionali dove sono nata e dove ho imparato, quaranta primavere fa, a distinguere, tra le altre, le piante della vita. Queste erbe sono un dono degli spiriti benigni, un dono veramente prezioso.

So che molti dubitano della benignità, e a volte addirittura dell'esistenza, degli spiriti... ma io posso testimoniare invece che essi vegliano sul mondo: molti spiriti e con molti compiti diversi.

Sulla mia tribù, la tribù degli uomini-lupo, la loro vigilanza è tenera e sollecita: da molto, molto tempo i nostri custodi utilizzano un canale con cui farci giungere richiami e allarmi, e in tal modo hanno impedito alla nostra tribù di essere devastata dagli eventi infausti che pure sono stati ricorrenti, ciechi e casuali, nel cerchio del tempo.

Fin da tempo immemorabile un uomo-lupo, uno solo in ciascun tempo!, ha ricevuto il dono di ascoltare gli spiriti, e attraverso le sue visioni i custodi hanno guidato il nostro vagare, spingendoci in epoche diverse al di là e al di qua dei monti e garantendo la nostra sopravvivenza.

All'epoca in cui nacqui io, la tribù viveva pacifica in una terra ospitale, dai campi fertili e dalle stagioni clementi. Eravamo molto fortunati, come ci ripetevano con gratitudine gli anziani della mia gente, che in passato avevano sperimentato il freddo del grande Nord. L'uomo degli spiriti all’epoca dei miei primi giorni era ormai vecchio e come da tradizione i custodi stessi gli avevano indicato il successore. Era uso che l'uomo esperto insegnasse al nuovo messaggero come restare nelle grazie di quei potenti protettori, con quali riti e cerimonie invocarli e accoglierli”.


Shaman si interrompe e dondola la testa, sorridendo, prima di riprendere a raccontare.


“In realtà egli era ben consapevole, come lo sono io oggi, che i custodi accorrono solo di propria volontà e tacciono ostinati, nonostante le cerimonie, quando non ritengano opportuno il loro intervento. Non vi è sforzo umano che riesca a infrangere questa regola. Ma gli uomini degli spiriti si trasmettevano comunque rituali e cerimonie, perché non procuravano alcun male e giovavano alla loro considerazione nella mente della nostra gente. I custodi d'altro canto non rimanevano mai lontani nel vero pericolo, sfidando in parte la regola imposta agli uomini di un futuro imperscrutabile.

Finché proprio il giovane uomo appena investito del potere dell'ascolto cadde vittima di un incidente. Il caso provò di essere pur sempre padrone di colpire chiunque, e persino i custodi dovettero accettarlo: per la prima volta, da che avevamo memoria di essere una comunità, non c’era nella tribù un erede designato a essere il tramite con i custodi.

Nello sconforto e nel timore di quella improvvisa perdita che ci rendeva nudi e orfani, una bambina parlò con voce d'uomo. Senza riti e senza alcuna cerimonia. La bambina, troppo piccola ancora per comprendere cosa le succedesse, si infilò nella capanna del Consiglio e raccomandò di accantonare molte provviste perché nei mesi venturi una stagione infame avrebbe flagellato le terre. 

Quella bambina ero io, Shaman, la prima donna degli spiriti.

Parlai con una voce da uomo, suscitando grande spavento. A chi mi chiese cosa fosse successo spiegai che avevo sentito nella testa  un pensiero gentile che mi sfiorava, chiedendomi di poter parlare attraverso me; e io a tanta gentilezza avevo subito acconsentito.

Tutti mi tributarono subito un enorme rispetto perché, nonostante in passato molte conferme avessero avvalorato il ruolo degli uomini-messaggeri, non era mancato chi si fosse chiesto se a parlare in loro non fosse una saggezza o una prudenza più umana che soprannaturale.

In fondo, le voci che essi dichiaravano di sentire nessun altro le udiva. Ma io, Shaman, ero troppo piccola per essere saggia, e anche per simulare una cosa così incredibile. E dunque più di ogni altro predecessore fui venerata.

Nessuno mi aveva insegnato a mettermi più su degli altri, a circondarmi di segni e di cerimoniali. In effetti non facevo altro che, quando gli spiriti me lo chiedevano, rivolgermi alla tribù con una voce non mia. Ma più ero semplice e uguale a ogni altra bambina, più la straordinarietà di quanto mi accadeva abbagliava chiunque. e mi rendeva unica”.


Un sospiro e Shaman si interrompe di nuovo e questa volta sembra non avere altro da dire. In realtà il dono degli spiriti nel tempo è cambiato in lei, e io vorrei che vi spiegasse perché, ma non le è facile parlarne. Spero di convincerla, magari sarà per la prossima volta che torneremo a trovarla.           

La mappa del mondo di Mezzafaccia

 



Il villaggio in cui nacque Mezzafaccia era sul mare, e dal mare arrivarono i predoni che lo misero a ferro e fuoco, distruggendo ogni cosa e facendo di lei una sopravvissuta. Appena adolescente, riuscì a salvarsi grazie all’amore per la foresta che suo padre era già riuscito a trasmetterle.

Come lei stessa ci racconta:

   "... soprattutto durante le estati, avevo lasciato la costa e viaggiato verso il levante, per conoscere i luoghi dell’entroterra, i laghi e la palude, gli animali che popolavano quelle zone e le piante officinali. La nostra casa era nel verde e mio padre metteva nel mio sangue, con passione, tutto ciò che era: mi additava l’orizzonte e io ero sconvolta dalla sua bellezza; le foreste, i monti, le bestie selvagge, tutto ci superava e ci insegnava a tacere ammirati."

 Dalle rovine del suo villaggio, nei cui pressi ogni estate tornava per raccogliere la Marmara, una generosa piantina officinale che costituiva la parte principale della sua farmacia, Mezzafaccia spaziava nel vasto territorio che vedi sopra. A Nord, era solita fermarsi quanto le terre diventavano un vasto deserto ghiacciato spazzato da venti gelidi. A Est, si inoltrava nella direzione del sole nascente fino a che le colline si trasformavano in alti monti, che evitava di scalare. Cacciava nelle fitte foreste che ne coprivano le propaggini, scendendo lungo la catena montuosa verso le terre del Mezzogiorno, fin quando i monti curvavano verso la costa sbarrandole di nuovo il passo. Cosa esistesse al di là, Mezzafaccia lo ignorava, come pure ignorava da quale terra prendessero il mare i Runrik, quei terribili predoni cacciatori di schiavi che avevano sconvolto la sua esistenza. Era, come vedi, la terra in cui Mezzafaccia aveva avuto in sorte di nascere, fin troppo grande per le sue necessità; tanto che, una volta esplorata, non la percorse più se non quando i Runrik tornarono a batterla, di nuovo annunciandosi portatori di grande sciagura.


Il Trailer de: La leggenda di Mezzafaccia

 

Se prima di inoltrarvi nelle gelide lande in cui vive Mezzafaccia volete respirare il clima della sua storia gustatevi questo trailer, soprattutto ascoltate la traccia musicale che sembra nata per La leggenda di Mezzafaccia

  



Benvenuto, amico esploratore!



Benvenuto, amico, felice di accoglierti nelle mie terre! 

Qualunque strada tu abbia trovato per arrivarci sarai stanco, siediti all’ombra e respira, prima di proseguire. Ho preparato per chiunque si avventurasse fin qui delle mappe, per avere certezza di non perdersi in questi luoghi nuovi.


La prima illustra le innevate terre del Nord in cui è nata La leggenda. Se poi non vuoi proseguire da solo, Mezzafaccia ti guiderà lungo la costa e ti mostrerà le rovine del suo villaggio, che i Runrik distrussero per procacciarsi schiavi.

Lungo il viaggio ti parlerà delle erbe medicinali e di come le prepara per l’inverno, o di come sa fabbricare un arco che sia efficace per la caccia.

Poi ti indicherà la strada per il villaggio di Uluin, oltre la palude che le acque primaverili alimentano in pianura.

Lì potrai parlare con Shaman, che ti racconterà come diventò la prima ‘donna degli spiriti’ della tribù degli uomini-lupo. E se vorrai interrogherai il giovane runrik fatto prigioniero, che ti dirà da dove viene e ti descriverà la fertile terra meridionale al di là delle montagne, rammentando la storia della sua gente guerriera.


Al ritorno, se ancora non sarai stanco, ti regalerò la mappa di Inurasi e ti guiderò io stessa in quella grande isola del sud del mondo nei cui cieli non brilla la stella polare.

Sarà forse per quello che è una terra così diversa, una terra sempre battuta dai venti.